Lo so, lo so, sono già in ritardo di una settimana, vedrò di mettermi in pari in breve tempo.
Quella di oggi sembra una gran schifezza, dal film 127 ore, il soggetto che a noi interessa è sfocato, abbastanza inutile. Interessante la simmetria tra ombre, corda e moschetto trasversali che vorrebbero inquadrare James Franco in questo cono di luce trionfante ma l’attenzione è spostata su elementi più vicini e lo sacrifica.
Aron Ralston si è appena tagliato il braccio per sottrarsi alla trappola mortale in cui era caduto e prima di andarsene, la fotografa. Fotografa i resti del braccio incastrato tra le rocce celebrando la vittoria sulla morte e sul destino che lo voleva morto.
Molti lo paragonano a Into the wild, ma in quest’ultimo c’è un ampio discorso sulla libertà, la poesia del viaggio, la scoperta di se stessi mettendosi alla prova, di cui in 127 ore non troviamo traccia. Qui il protagonista scappa saltuariamente da tutto e tutti per immergersi in varie avventure ma si fotografa, registra e documenta ogni particolare, nessuna riflessione profonda, è tutto molto “pop” e questo è dimostrato anche dal talk show che improvvisa con se stesso di fronte alla telecamera quando, intrappolato da giorni, inizia a cedere mentalmente. Ecco perché la scelta di sfocare il protagonista, è un giudizio del regista che raccontando questa storia si ferma ai fatti perché non c’è da andare oltre, non c’è ulteriore profondità in quel che è successo. Tuttora Aron esce per le sue avventure.





